VÌEN SPECIAL GUEST @ WHITE

Intervista a Vincenzo Palazzo, founder di VÌEN


Passione, determinazione e cultura. Secondo Vincenzo Palazzo, founder di VÌEN, sono questi gli ingredienti fondamentali per raggiungere l’obiettivo. A Putignano in Puglia, il creativo come un maestro d’orchestra dirige il proprio team, tra uffici, sartoria handmade e persino un dehors ricco di piante, dove meditare e riflettere. Per questa edizione, Vincenzo Palazzo è lo special guest di White Milano. 




Qual è il tuo rapporto con la musica? Quanto è importante per il tuo marchio?
Dove si fermano le parole, lì arriva la musica. Vorrei spiegare le mie collezioni facendo solo ascoltare gli album che han dato loro vita, quegli album che ho ascoltato nel periodo in cui le ho immaginate, ideate e dato forma. Dovrei raccontare la mia vita attraverso una sorta di colonna sonora, fatta di musica e sensazioni. E attraverso gli abiti, che ne fanno da uniforme, bandiera ed emblema. 

Quando hai deciso di fondare il tuo marchio? 
In realtà ho sempre voluto realizzare abiti. Ho passato tutta la vita sognando a occhi aperti infinite collezioni. Poi dai 20 anni, ho provato un paio di volte a realizzare il sogno con un gruppo di amiche, ma senza andare oltre a un «pourparler», finché poi ho incontrato Elena Nitti e, quattro anni fa, quel sogno ha preso vita.  

Da dove prendi ispirazione quando crei?
Davvero difficile spiegare. Parto da emozioni, sensazioni e suoni. Una visione. Un mondo immaginato e la musica a fare da colonna sonora. Per me, ogni collezione è come immergersi in un nuovo mondo, come fondare una nuova band, creare una nuova sub-cultura, un nuova vita. Gli abiti son prima di tutto un'attitude, un lifestyle che ti dice esplicitamene: «Ecco, questo sono io!».

Che caratteristiche ha la donna VÌEN?
È una donna che vuol dire a se stessa e al mondo di voler essere quel che sente dentro. Una donna che vuole esprimere il proprio essere, il proprio mondo e i sogni, libera da ogni altra moda e trend del momento. Una donna forte, decisa con un suo forte bagaglio culturale. Una donna che non si fa influenzare dal momento, da nulla se non da se stessa. Una donna in continua ribellione.  La sede dell’atelier di VÌEN è a Putignano in Puglia.

Quanto è importante questa regione e il tuo mondo per il marchio? 
Un motivo più pratico è dato dal fatto che il mio paese è sempre stato un polo importante dell'abbigliamento. Anche la mia nonna era una grande sarta. Il mio paese d’origine mi ha sempre dato anche un motivo di ribellione, un motivo in più per sognare e per voler scappare. Cesare Pavese diceva che: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Io aggiungo: per scappare e poi tornare e per poi scappare e tornare di nuovo. Quest’ultima collezione nello specifico, creata durante il lockdown, è la perfetta simbiosi di tutto questo. Pensata in un momento di isolamento quasi totale dal mondo esterno, mi ha regalato quel tempo che mi mancava con me stesso, per riscoprire quei sogni, quei disco, quel magazine, i libri e i momenti in cui mi rifugiavo da ragazzino quando la realtà del mio paese non mi bastava più. Un mondo «post punk» ma tinto dei colori e tessuti della mia terra. In quel clash nasce il vero Dna, l’essenza di VÌEN, perfetto per raccontare tutto ciò sono e sono stato. 

Come definiresti la moda?
Non mi piace definirla e chiamarla moda. Moda vuol descrivere una cosa del momento. Per me i capi sono pensati per resistere al passare del tempo e per far propria storia attraverso i codici socio-culturali del contesto in cui essa nasce e vive nel futuro. VÌEN non è fatta per il momento: vive più in un passato proiettato nel futuro. 

Qual è il tuo designer moda preferito? 
Potrei citare Maison Martin Margiela, Rei Kawakubo, Yohji Yamamoto così come Monsieur Dior, e tanti altri. Ognuno di loro unicamente importante in ciò che ha dato al mondo. Un brand che ha cambiato per me il corso della storia del costume, l’anno zero dell’abbigliamento, il Sgt. Pepper’s della moda: Nike. Secondo me nessuno è mai stato così innovativo e visionario: punk! Poi quello swoosh...  

Sei un grande collezionista di vintage e sneakers. Come leghi questa passione con Vien?
Per me la bellezza, in ogni sua forma, è quasi unica ragion di vita. La differenza tra «essere» e «non essere» e gli abiti fan parte di essa. Come una spugna, nell’arco della mia vita ho assorbito (influenzato dalla musica che ascoltavo nel momento) tante diverse influenze. Cresciuto negli anni 90, e essendo I Blur il mio primo grande amore nella musica, lo streetwear dell’epoca mi ha risucchiato e plasmato dando vita a tutto ciò che è venuto dopo ed è ancora la spina dorsale di un corpo in costante evoluzione. Poi il vintage, o meglio, gli abiti di una certa epoca hanno quella poesia, quel voler essere (tra tessuto e volumi) e creare una personalità che si è persa quando le persone hanno iniziato a vivere «in this plastic world». Beh, gli abiti e i bicchieri di plastica han stancato!  

Qualche anticipazione della collezione SS2021 che presenterai a White?
Questa collezione e figlia di un momento molto anomalo, inusuale. Mai esplorato prima, isolato dal mondo e da ogni certezza che avevamo. Mi ha fatto rifugiare in un tempo lontano nel passato, quando le cose più certe, le uniche che all’epoca mi facevano sentire veramente vivo. Quei sogni, dischi, quel mondo che mi costruivo nella mia mente che oggi è divenuta realtà. Quel sogno che oggi mi permette di essere quello che sono. Ho così abbandonato il presente e riscoperto alcuni dischi ripescati da grossi scatoloni pieni dei cd che compravo quando la tecnologia di oggi non esisteva, quando se volevi ascoltare musica, scoprire, acculturarti, dovevi ricercare bene e comprare fisicamente tutto. Ho riscoperto classici e capi iconici e li ho tinti di colori, con i tessuti, i profumi e le sensazioni della mia terra madre, con cui ho dovuto convivere da solo, apprezzandola ricordandone le memorie. Quel paese, da cui ho sempre voluto scappare, era diventato a un tratto un rifugio sicuro in uno scenario da film apocalittico.

Progetti futuri?
Ho tanti, tantissimi progetti futuri, più di prima. Uno fa ombra su tutti: spero che tutto torni alla normalità e ci sia una ripresa di vita ed economica e che io possa continuare a fare ciò che faccio, sempre meglio e con sempre più passione. Per me non è lavoro ma una ragione di vita. Voglio tornare a sognare ancora.  Un sogno da realizzare? Spero di essere di nuovo qui tra 50 anni e risponderti alla stessa domanda.